giovedì 14 luglio 2011

Antonius Passarellus de terra Agropterae (1534)

Nobilis Antoninus Passarellus et Macteus Gaucterius de terra Agroptereae comparuerunt et cum iuramento confessi sunt et declaraverunt se tenere et recognoscere a praedicta curia in communi et indiviso clausuram unam capacitatis in semine frumenti tumulorum trium, cum arboribus olivarum decem et aliis arboribus fructiferis, in territorio dictae terrae, in loco dicto Sardina, iuxta clausuram magnifici Simonis Caraccioli et iuxta clausuram Francisci Panecta et iuxta clausuram Iacobi Alì, sub annuo censu seu redditu granorum septem cum dimidio. Quem censum hac-tenus solverunt et in futurum paratos se obtulerunt solvere singulis annis in perpetuum ipsi curiae et ita promiserunt et se obligaverunt et ad alia ut iuris erit.

(Dal volume di V, Naymo "Uno stato feudale nella Calabria del Cinquecento, la platea di Giovanni Battista Carafa, marchese di Castelvetere e conte di Grotteria (1534)", p. 280).

sabato 9 luglio 2011

Santina Campana di Alfedena(Aq)

Mercoledi 6-7-2011- passando per Alfedena-sono andato a visitare la casa di Santina Campana nata il 1929 e deceduta all'età di 21 anni.
Nel registro delle presenze ho lasciato scritto:<>

     
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Santina Campana
Santina nacque il 2 febbraio 1929 ad Alfedena (L’Aquila), settima dei nove figli di Giuseppe Campana e Margherita Di Palma, contadini del piccolo paese montano, situato nell’incantevole Parco Nazionale d’Abruzzo.

La sua era una famiglia benedetta da Dio, perché ben cinque fratelli oltre lei, dei sette che superarono l’infanzia, ebbero la vocazione alla vita consacrata: Maria Rosaria nelle Suore della Carità (suor Alfonsa), Requilde e Domenica fra le Figlie della Divina Provvidenza (suor Paola e suor Giuseppa), Sabatino tra i Benedettini (don Bruno Maria) e Michele tra i Cappuccini (padre Leone).

Tanta Grazia in una sola famiglia era anche il frutto delle intense preghiere di Santina Campana, che sin da piccola offriva a Dio i suoi piccoli sacrifici e le accorate preghiere, affinché il sorgere e la perseveranza delle vocazioni delle sorelle e dei fratelli, desse il suo frutto fino in fondo, scrivendo così una bellissima pagina sulla fede e spiritualità della famiglia Campana.

Santina essendo una delle più piccole, dovette sobbarcarsi della fatica, certamente non leggera, dei lavori da fare in casa e fuori, per sostituire man mano i fratelli e sorelle, che si allontanavano per rispondere alla chiamata di Dio (c’era anche una mandria di 15 bovini e un gregge di 150 pecore).

L’11 giugno 1936 a sette anni ricevé la Prima Comunione e dal suo ‘Diario’, a cui confidò nella sua breve esistenza tutti suoi sentimenti, apprendiamo che scrisse: “Gesù fammi morire giovane e fa che in Paradiso sia vestita di bianco con guarnizioni rosse”.

Trovava comunque il tempo di frequentare la chiesa parrocchiale, alternando la preghiera con le funzioni di catechista e di segretaria della locale Sezione Aspiranti dell’Azione Cattolica Femminile; riusciva a visitare malati ed anziani e a sera radunava a casa un folto gruppo di bambini per la recita del rosario; in una gara di cultura religiosa riuscì prima assoluta in tutte la diocesi di Trivento.

Innumerevoli sono gli episodi riferiti da familiari, amici e coetanei sulla sua devozione verso Cristo, la Madonna ed i Santi, sulle mortificazioni e penitenze che si infliggeva nonostante la giovanissima età.

Nel settembre 1943 la pace del suo paese montano, fu scossa dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, che per l’Italia era in corso ormai da tre anni; le truppe tedesche avevano steso una linea di resistenza ad oltranza del fronte bellico, per cui Alfedena veniva ad essere direttamente coinvolta, la popolazione fu invitata a trasferirsi verso Roma, ma molte famiglie, fra cui quella di Santina Campana, il 19 settembre 1943 preferirono rifugiarsi nei boschi degli alti monti, adattandosi a vivere in casolari abbandonati in un lungo e freddo inverno, con il pericolo dei bombardamenti e con quello d’incontrare pattuglie tedesche che rastrellavano gli uomini per scavare trincee.

Santina quasi quindicenne, divenne l’animatrice dei gruppi di fuggiaschi, anche se colpita nel frattempo da una grave pleurite con dolori diffusi e febbre alta, malattia che l’accompagnò per tutto il periodo della clandestinità; i gruppi riuscendo a superare sani e salvi il fronte, sotto un violento bombardamento, raggiunsero gli alleati dove ricevettero assistenza.

Spostatosi verso il Nord Italia il fronte della guerra, il 26 giugno 1944 gli abitanti di Alfedena poterono ritornare al loro paese quasi distrutto, pure la famiglia Campana riprese l’attività interrotta nella piccola azienda agro-pastorale, ricostruendo gli edifici bombardati.

Santina riprese più fervorosa e decisa la sua aspirazione a consacrarsi a Dio, come già per i suoi fratelli e sorelle; già dai 13 anni aveva fatto voto di verginità rinnovato ogni anno; consigliata anche dal fratello benedettino don Bruno, il 1° ottobre 1945 a 16 anni, lasciò Alfedena e accompagnata dalla madre si recò a Roma per essere ammessa come postulante fra le Suore della Carità, fondate da s. Giovanna Antida, lo stesso Ordine della sorella suor Alfonsa.

Qui riprese gli studi interrotti alle classi elementari e con grande intelligenza e volontà recuperò in un anno i tre anni di scuola media, presentandosi come privatista al difficile esame e conseguendo il relativo diploma.

L’8 settembre 1946 fu ammessa al Noviziato, prendendo l’abito religioso con sua grande gioia, che esprimeva nel suo continuo scrivere, soprattutto nel ‘Diario’, prezioso documento che attesta la sua intensa spiritualità e accettazione della volontà di Dio, qualunque essa sia, “Dammi o Gesù, un silenzio perfetto. Tu solo, mio Diletto, devi parlarmi al cuore…”; “Eccomi qui. Mi hai chiamata e sono venuta. Si, sono tua e sempre più tua voglio essere. Sono pronta a fare la tua volontà: amare e soffrire. Tutto qui è pace, tutto è amore, tutto mi fa pensare al Cielo, là quando saremo tutti riuniti nella vera gioia, che nessuno potrà toglierci…”.

Ma l’edificante percorso non si completò con il prescritto anno, perché già il 25 marzo 1947, con una improvvida emottisi, si rivelarono i sintomi di una gravissima malattia polmonare; lei sempre serena e felice si sottopose agli esami medici e radiografici fra l’incredulità dei sanitari, che la vedevano florida, di un bel colorito roseo, alta e robusta, dotata di una singolare bellezza fisica.

Purtroppo le radiografie confermarono che era affetta da una grave e violenta forma di tubercolosi polmonare, che le avrebbe dato poche settimane di vita.

Invece Santina, trasferita al sanatorio “Villa Rinaldi” di Pescina (L’Aquila) il 16 luglio 1947, tra i suoi monti abruzzesi, respirando l’aria salubre, visse altri quattro anni; sradicata dal Noviziato e allontanata per sempre dal suo ideale di essere Suora, aderì con gioia alla volontà di Dio, che così si manifestava; “Anche la malattia è una grande Missione da compiere”.

Le sue condizioni purtroppo non erano buone, la malattia era troppo avanzata per poterla fermare e ogni intervento chirurgico che si mise in atto, non fece altro che procurare nuove sofferenze, in un corpo attaccato da forti febbri fino a 42 gradi e che dagli iniziali 84 kg di peso era sceso a 48 kg.

Sempre sorridente, diventò l’angelo del sanatorio, un vescovo che l’andava a trovare disse: “Quella figliola è un sorriso vivente. È come un prisma che riceve la luce da Dio e la riflette!”.

Aveva instaurato un rapporto e un colloquio intimo con Dio e la sua anima rallegrata traspariva dal suo viso, nonostante le atroci sofferenze fisiche e morali.

Organizzò una fiorente Azione Cattolica, che diresse come Presidente con energia e rare virtù. Fu Zelatrice delle Missioni che aiutava con ogni mezzo; si iscrisse all’Unione Cattolica Malati, assumendo il nome di “Sentinella della Croce”.

Dal suo “trono bianco”, come lei chiamava il suo letto, pregava i dottori di non darle calmanti, perché voleva essere vigile e accettare con volontà e gioia il dolore.

Aveva avuto il presentimento della sua morte e un paio di giorni prima fece informare il suo confessore padre Ireneo, che era giunta la sua ora.

Assalita da tosse che le squassava il petto, emottisi frequenti, sudore diffuso, mancanza d’aria, Santina sempre lucida, confortava i presenti fra cui l’afflitta madre, giunta da Alfedena con il fratello don Bruno; il 4 ottobre 1950 dopo una giornata trascorsa a chiedere perdono a tutti, pregando e facendo pregare i presenti, lucidissima fino alla fine, Santina Campana lasciava questa terra per il cielo alle 22,05.

Una strana sensazione di gioia profonda invase tutti i presenti, suore e sanitari, compreso la mamma e il fratello. Fu sepolta nella nuda terra nel cimitero di Pescina e la sua tomba divenne subito meta di pellegrinaggi. Crescendo la fama di grazie e prodigi dovuti alla sua intercessione, il 9 aprile 1977 il suo corpo fu riesumato e deposto in un sarcofago di travertino, donato per grazia ricevuta da un fedele di Tivoli; poi il 3 settembre 1977 fu traslato nella chiesa parrocchiale di S. Giuseppe in Pescina.





Autore: Antonio Borrelli




da: www.santiebeati.it/dettaglio/90696

"Diario di Venafro 1860-1861" del suddiacono Nicola Nola

VENAFRO _ Nell’ambito delle celebrazioni del 150° anno dell’Unità d’Italia, il giorno 8 luglio prossimo, alle ore 17,30 presso il Castello Pandone di Venafro (IS) verrà presentato il libro dal titolo “ Diario di Venafro - 1860- 1861”- Testimonianze inedite dei primi due anni dell’Unità d’Italia- scritto da un giovane suddiacono, Nicola Nola, della Città molisana e curato da Antonio D’Ambrosio, giornalista e storiografo molisano. Il volume racconta gli avvenimenti accaduti in quei difficili momenti della costruzione dell’Italia unita. Il Diario parla in generale delle vicende d’Italia di quei due anni ed in particolare dei avvenimenti accaduti a Venafro ed Isernia, territorio che ha visto svolgersi azioni tra le più importanti e purtroppo cruenti dell’Unità d’Italia. La forza del Diario del Nola, indubbiamente, sta nella freschezza e nel modo di raccontare gli avvenimenti, considerato che è stato fatto da un giovane poco meno che ventenne, curioso e pieno di buoni sentimenti e di devozione ai Santi martiri di Venafro : Nicandro, Marciano e Daria.




Egli, in questi momenti di rivolgimenti politici e sociali, nel chiuso della sua stanza racconta le gioie, i timori, le viltà, i vizi, i tradimenti che l’animo umano è capace di compiere in tali frangenti. Uno spaccato di vita, una lettura profonda ed intensa dell’animo umano di fronte ai cambiamenti ed alle incertezze della vita, anche se la vita di ognuno, in questi giorni, veramente non conta e non vale assolutamente nulla. Un altro elemento di grande interesse che emerge dal Diario è la profonda fede e l’amore per la sua Città, dei suoi Santi Martiri e protettori.



Egli, con tenerezza, ci guida per Venafro facendocela conoscere nei particolari: parlandoci dei suoi uomini illustri, della storia passata e del presente, dei suoi monumenti, dei suoi Santi, delle Chiese, della cultura e delle tradizioni sia clericali che laiche. Ogni suo resoconto, fatto di giorno in giorno, diventa un documento di valore storico, sociale ed umano più unico che raro. Un documento quindi d’interesse per la comunità di Venafro ma che per tutti quelli che, con animo sereno, si pongono di fronte alla storia partendo da quei momenti che si costruì l’Italia unita. Per quanto riguarda l’interesse prettamente storico il documento è di un valore unico ed eccezionale per la storia d’Italia in quanto esso ci racconta, meticolosamente, tutti gli eventi bellici accaduti in un’area di così strategica importanza per i due eserciti. A tutti è notorio che se si libera la strada del Macerone che porta sul Volturno, passando per Venafro, i piemontesi possono prendere i Realisti alle spalle. Cosa che accade. Inoltre, egli testimonia, la controversa battaglia del Macerone. Questo, fu l'evento per eccellenza dove prevalse la miseria umana di alcuni uomini. Qui, infatti, come in Sicilia ed in Calabria ed in altre battaglie, si consuma un altro di quei tradimenti dei generali Borbonici. Altra dettagliata testimonianza, riportata nel Diario, riguarda i noti e barbari fatti accaduti ad Isernia. Episodi di rivolta hanno fatto il giro del mondo civile. Isernia, attraverso la stampa liberale, è additata all’Europa come la Città per eccellenza più barbara d’Italia, identificando con essa l’atrocità del regime borbonico. Alla battaglia di Pettorano ed ai morti che ne conseguirono.



Il giovane suddiacono, inoltre, ridà dignità, al ruolo avuto, in questi frangenti, al Vescovo d’Isernia – Venafro, Monsignor Gennaro Saladino. Un uomo buono e caritatevole per la stragrande maggioranza dei suoi fedeli, barbaro e sanguinario per i liberali. Indicato da quest’ultimi, in particolare dal nuovo governatore del Molise, Nicola De Luca, come capo della rivolta isernina, cospiratore, facendo ricadere sulla coscienza, di questo povero Vescovo, ultra settantacinquenne, la responsabilità di uno tra i fatti più efferati accaduti nella storia dell’Unità d’Italia. Il Nola, invece, riesce a fronteggiare la campagna denigratoria dei liberali e dimostrare che Saladino è uomo mite e di pace, interessato ed attento, in quei drammatici giorni, a non far degenerare la rivolta contadina popolare. Egli, ci racconta poi le paure e le emozioni provate dall’entrata dei piemontesi a Venafro, della gentilezza dei suoi Ufficiali, i quali, egli dice che “ prima pagano e poi chiedono”, e delle nuove speranze che questi suscitano tra la borghesia venafrana. La descrizione particolareggiata e commentata, della visita del Re, Vittorio Emanuele II a Venafro nei giorni 24 e 25 ottobre. Racconta della farsa del plebiscito. Ci addita gli opportunisti ed i traditori.



Ci parla di uomini esemplari e delle amicizie con degli Ufficiali piemontesi, accolti nella loro casa ed in quelle di altri borghesi della Città, mettendo in evidenza l’ospitalità del popolo venafrano. Questi sentimenti sono particolarmente testimoniate attraverso l’arrivo del Battaglione dei volontari milanesi. Cinquecento giovani, comandati dai più fieri figli della borghesia meneghina, per quasi tre mesi presidiano la Città di Venafro ed il territorio circostante, tra l’entusiasmo della popolazione. Racconta, poi, tutte le notizie dettagliate delle azioni dei briganti e dell’animo dei borghesi venafrani i quali temono, allo stesso modo, gli indisciplinati garibaldini e le scorribande dei soldati borbonici sbandati. Essi atterriscono al pensiero dell’incursione di bande di uomini armati che combattono i liberali e depredano le Città, seminando disordine e lutti. Nel contempo non trascura di raccontarci le altrettanto atrocità ed inutili uccisioni effettuate dai piemontesi. Insomma pagine di vita vissuta all’interno di quei rivolgimenti politici e sociali che portarono all’Italia unita.





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domenica 3 luglio 2011

NECROPOLI DI CAMERELLE A POZZILLI


  • www.sanniti.info/camerel.html - Copia cacheSimili
    La necropoli di Camerelle a Pozzilli. ... Sembra di riconoscere una rarefazione delle sepolture nella prima metà del V secolo, mentre successivamente, ...

  • sabato 2 luglio 2011

    Amici universitari 1957-1963


    Leggi annuncio:

    Mi chiamo ermenegildo passarelli ed ho fatto l'università a napoli per la fracoltà di  medicina e chirurgia. Chiunque si ricorda mi scriva liberamante.
    Grazie e cordialità. Erme



    L'ITALIA S'E' DESTA

    Venerdi 8 luglio 2011  ore 17.30 alla "Taverna" di Sesto Campano Bassa sarà presentato quest'opera di SILVANA GALARDI, nostra illustre compaesana, sugli eventi risorgimentali accaduti nell'alto volturno.
    (Volturnia Edizioni)

    venerdì 1 luglio 2011

    TULIBERNUM S.M. OLIVETO POZZILLI

    [PDF]

    IL LAGO DI CASTEL S. VINCENZO

    www.regione.molise.it/web/...nsf/.../Lago%20Castel%20S%20Vincenzo.pdf